COME DARE UN SENSO ALL'ULTIMA ONDATA TECNOLOGICA

04-03-2020

 

Nel 2018 è entrata una nuova parola nel vocabolario della Silicon Valley: “techlash”, il rischio che vi sia una rivolta da parte dei consumatori o dei legislatori verso le grandi aziende tecnologiche.

Oggi questa minaccia sembra vuota.

Perfino mentre i legislatori discutono nuove regole e gli attivisti si danno da fare sul diritto alla privacy, le azioni delle prime 5 aziende tecnologiche americane stanno mettendo a segno uno spettacolare rialzo, crescendo del 52% in 12 mesi. L’aumento del valore combinato delle aziende, circa 2 trilioni di dollari (2.000 miliardi di dollari) fa girare la testa: equivale quasi a tutto il valore del mercato azionario dell’intera Germania. Quattro di queste: Alphabet, Amazon, Apple e Microsoft, valgono ciascuna più di un trilione di dollari (Facebook vale “soltanto” 620 miliardi di dollari).

Per quanto si parli di rivolta tecnologica i gestori di fondi a Boston, Londra e Singapore non se ne preoccupano. Il loro calcolo è che niente possa fermare queste aziende, che sono destinate a guadagnare ricchezze mai viste.

La crescita dei prezzi di queste aziende pone due preoccupazioni.

Una è se gli investitori abbiano dato avita ad una bolla speculativa. Le cinque aziende, che valgono 5,6 trilioni di dollari, fanno da sole un quinto del valore dell’indice S&P 500 delle azioni americane. L’ultima volta che si è vista una tale concentrazione è stato vent’anni fa, prima del crash che ha provocato un calo diffuso.

L’altra preoccupazione, opposta, è che gli investitori potrebbero avere ragione. Le supervalutazioni delle grandi aziende tecnologiche potrebbero suggerire che i loro profitti raddoppieranno nei prossimi dieci anni, causando maggiori preoccupazioni economiche nei paesi ricchi ed una allarmante concentrazione di potere economico e politico.

Il problema della bolla è ragionevole. I cicli tecnologici sono una parte integrale dell’economia moderna. Gli anni ‘80 hanno visto un boom dei semiconduttori. Poi negli anni ‘90 sono arrivati i Personal Computer e Internet. Ogni ciclo si scioglie o termina con un crollo.

La crescita attuale inizia nel 2007 con il lancio dell’Iphone. Già nel 2018 sembrava mostrare i segni del tempo. Le vendite di smartphone ristagnano. Gli scandali sui dati di Facebook hanno cristallizzato rabbia verso l’approccio garibaldino alla privacy dei giganti tecnologici. I legislatori antitrust sono sul piede di guerra. Le perdite di alcuni “unicorni” come Uber e WeWork ricordano la foga speculativa che spesso si vede alla fine di un lungo boom.

Nei fatti, almeno per i grandi giganti tecnologici, le valutazioni di oggi sono costruite su fondamenta più solide. Insieme le prime cinque aziende hanno ammassato 178 miliardi di dollari di cashflow dopo gli investimenti negli ultimi 12 mesi. La loro stazza deve ancora rallentare la loro espansione: il loro tasso di crescita medio delle vendite, 17% nell’ultimo trimestre, è impressionante come lo era 5 anni fa.

I consumatori dicono di tenere alla privacy ma si comportano come se tenessero molto di più ad ottenere cose, preferibilmente senza dover pagare per le stesse. Dalla fine del 2018 il numero di persone che usano i servizi di Facebook (compreso Instagram, Messenger e WhatsApp) è cresciuto dell’11% a 2,3 miliardi.

I legislatori hanno punito le aziende tecnologiche per cattiva condotta in tema di tasse, privacy e concorrenza, ma fino ad oggi gli sforzi hanno prodotto realmente poco: le multe e le penalità che hanno imposto ammontano a meno dell’1% del valore di mercato dei 5 grandi, un costo per fare business più che sostenibile. Nel frattempo, le agonie di alcuni degli unicorni e di chi li ha sostenuti, (SoftBank) hanno semplicemente dimostrato quanto sia difficile replicare il livello di scala e network dei “big five”.

Nel frattempo, le possibilità di crescere ancora sono vaste. Come spiega il nostro report speciale, molte parti dell’economia devono ancora digitalizzarsi. In occidente solamente un decimo delle vendite al dettaglio avviene online e forse un quinto del lavoro di calcolo risiede nel “cloud” presso Amazon e Microsoft. Le grandi aziende tecnologiche operano globalmente ed hanno ancora molto spazio per espandersi, specialmente nei mercati emergenti dove la spesa in tecnologia digitale è ancora relativamente bassa.

Il punto è che se si pensa che le aziende tecnologiche cresceranno ancora e si diversificheranno in molte altre industrie, dalla salute all’agricoltura, è logico pensare che la rivolta verso di loro non sparirà ma potrà addirittura crescere.

Man mano che cresce la scala delle grandi aziende tecnologiche molte aziende non tecnologiche vedranno erosi i propri profitti e molti lavoratori vedranno il loro tenore di vita a rischio, creando “masse di arrabbiati”.

Una semplice misura di scala è quella di guardare ai loro profitti globali in rapporto al GDP americano. Secondo questa misura Apple, che si sta espandendo nei servizi, è già grande quanto lo erano Standard Oil e US Steel nel 1910 al massimo del loro potere. Alphabet, Amazon e Microsoft stanno per raggiungere tale limite entro i prossimi dieci anni.

Quando una recessione colpirà alimenterà nuovi risentimenti. Le aziende tecnologiche potrebbero fronteggiare una tempesta alla quale, fin qui, non hanno prestato grande attenzione. Le big five impiegano 1,2 milioni di persone e sono i maggiori investitori aziendali d’America, spendendo circa 200 miliardi di dollari l’anno. Le loro decisioni se schiacciare i fornitori, ridurre gli investimenti o attaccare i rivali più deboli saranno controverse quanto lo sono state quelle dei produttori di auto di Detroit negli anni ‘70 o anche di Wall Street negli anni 2007/2008. Il ruolo in politica delle big five è già tossico: i social media e i video influenzano le elezioni dal Minnesota al Myanmar.

Tutto ciò significa che, lungi dall’essere ai massimi, la rabbia potrebbe essere agli inizi. I managers pensano che l’attività di lobbying li terrà al riparo. Ma persino oggi il quadro all’infuori dell’America non è di inattività ma di esperimenti legislativi continui.

La Cina tiene i suoi giganti internet sotto tacito controllo statale e vuole contare meno sulla Silicon Valley, compresa Apple, che sta già confrontandosi con il Coronavirus e altre difficoltà nel paese. Almeno 27 paesi hanno considerato o stanno per considerare tasse sul digitale. L’India ha iniziato a combattere il commercio online e i discorsi online. L’Unione Europea vuole che gli individui siano proprietari e controllino i propri dati, un approccio favorito dall’Economist, anche se avrà bisogno di anni di innovazione per creare un sistema che sia di facile utilizzo per i consumatori e consenta loro di trarne profitto. Questa settimana l’Unione Europea ha proposto limiti all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. Perfino in America i legislatori stanno cercando di limitare la possibilità dei big five di comprarsi le startup, una strategia che sembra essere stata strumentale al successo di Alphabet e Facebook in particolare.

I 5,6 trilioni di dollari di valore di mercato dei big five sono un testamento per alcune delle migliori aziende commerciali mai create dall’uomo. Ma confidano sul fatto che queste continueranno a diventare sempre più grandi mentre il mondo se ne starà placido e tranquillo a guardare. Fin qui non sono state toccate. Più grandi diventeranno e più ragioni ci saranno per dubitare che questo potrà continuare.

Dall'Economist del 20.02.2020

 

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Come dare un senso all'ultima ondata tecnologica (05.03.2020)



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