CRESCITA USA: NARRAZIONE POLITICA E CONTESTAZIONI

06-02-2020

 

La crescita è un’illusione? Queste parole erano scolpite in neon nella facciata principale del salone della Deutsche Bank sulla passeggiata di Davos, al Forum Economico Mondiale della settimana scorsa. Il mio primo pensiero è stato che per l’istituzione finanziaria tedesca la risposta poteva essere senz’altro sì.

Il mio secondo pensiero è stato di valutare il divario tra la comunità degli affari americana, che sembra aver comprato la visione del presidente Donald Trump che l’economia americana sia un “geyser roboante di opportunità” e l’opinione di molti altri, compresi numerosi partecipanti di alto livello.

Mentre l’economia americana sta sicuramente facendo meglio di quanti molti di noi si aspettavano – stiamo sperimentando la più lunga espansione economica registrata – l’idea che siamo in un boom economico è un’illusione. La crescita dell’ultimo trimestre è stata solamente del 2,1%, meno del 2,4% medio del secondo mandato del presidente Barack Obama, secondo l’Istituto di Statistica nazionale. Si tratta di una performance modesta, se teniamo in considerazione lo stimolo fornito dai tagli alle tasse che hanno portato un deficit di un trilione di dollari, il più grande mai registrato in tempo di pace.

Gli investimenti nel frattempo hanno iniziato a diminuire nel 2019, secondo il Bureau di Analisi economica. Nessuna sorpresa. Il fatto che la Federal Reserve stia tentando di monetizzare il debito pubblico americano per pagare i conti sembra altamente preoccupante per alcuni investitori.

È anche il motivo principale per cui abbiamo una situazione di mercato al momento stranamente biforcata, divisa equamente tra ottimismo per le azioni ed allo stesso tempo anche per attività sicure come le obbligazioni o l’oro.

Un investitore in questi giorni mi ha detto di non avere dubbi che la spesa in deficit, i rischi politici e la mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo e infrastrutture, produrrà prima o poi una fuga degli investitori dai mercati americani. Ma finchè gli algoritmi che usa non gli diranno di uscire, continuerà a rimanere investito. Come disse qualche anno fa l’allora capo di Citigroup Chuck Prince: “finchè la musica suona bisogna ballare”. 

Perfino il team economico di Trump ha una visione biforcata come i mercati.

Mentre era a Davos la settimana scorsa il presidente ha affermato che la Banca centrale ha “alzato i tassi troppo e li ha abbassati troppo lentamente”. Ha perfino scherzato sui benefici dei tassi d’interesse negativi negli altri paesi: “li pagano per indebitarsi, qualcosa a cui potrei abituarmi rapidamente anch’io. Amo questa cosa”.

D’altra parte, il suo consigliere economico Larry Kudlow ha definito i rendimenti negativi e la politica monetaria aggressiva come “inefficaci”. Mr. Kudlow sostiene che sia lo stimolo fiscale, in forma di tagli alle tasse e deregolamentazione, quello che può produrre la crescita americana. Ma mentre i tagli alle tasse hanno spinto i mercati, i soldi risparmiati dai tagli fiscali sono per lo più stati usati per riacquistare azioni. Non è la stessa cosa di un boom economico guidato dalla crescita della produttività. Quanto alla deregolamentazione vi sono molti studi che dimostrano come abbia fatto veramente poco per l’economia americana.

Sfortunatamente molti degli amministratori delegati con cui ho parlato a Davos hanno comprato la narrativa del “geyser roboante”. Parte della volontà di sospendere l’incredulità sembra abbia a che fare con la riduzione delle tensioni commerciali tra gli USA ed i partners negli scambi internazionali.

Gli imprenditori sono felici del nuovo accordo USA-Messico-Canada che Trump sta per firmare. Sono anche grati della pausa nelle ostilità aperte verso la Cina dopo la firma della fase uno di un accordo commerciale tra le due nazioni.

Di sicuro, a dispetto delle affermazioni contrarie del presidente, non c’è stato nessun miglioramento reale nelle posizioni commerciali americane. Il deficit commerciale si è ampliato dai 503 miliardi di dollari del 2016 ai 628 miliardi del 2018 e nei primi tre trimestri del 2019 era già a 473 miliardi secondo il Bureau di analisi economica americano. Questo dato, insieme ad altri, si trova in una pubblicazione compilata dal Prof. Joseph Stiglitz al World Economic Forum: sua moglie, l’accademica Anya Schiffrin, ha distribuito i volantini durante il discorso di Trump a Davos (è stata scortata fuori dalla sicurezza ma successivamente lodata dagli organizzatori).

La paura delle politiche economiche proposte dalla sinistra è uno dei motivi che hanno spinto gli imprenditori tra le braccia di Trump: su questo fronte ci sono paralleli storici preoccupanti. Il libro “Anatomia del Fascismo” dello studioso politico e storico Robert Paxton sostiene che l’ascesa degli estremisti in molti paesi europei dove hanno preso il potere, sia stata aiutata dal fatto che gli imprenditori temevano maggiormente la possibilità di redistribuire il reddito che non la minaccia dell’estremismo politico.

Il mio timore è che troppe persone nella comunità degli affari americana potrebbero voler rieleggere un presidente che sacrificherà i valori nazionali profondi semplicemente perché pensano che consentirà un altro trimestre di crescita. Ma alla fine nemmeno questa promessa è garantita.

George Soros, il finanziere liberale e filantropo, una persona che ne sa di fascismo, nel suo discorso a Davos ha messo Trump nella schiera dei “dittatori o che vorrebbero esserlo” insieme a Vladimir Putin della Russia e Xi Jinping della Cina. Ha sottolineato che “un’economia surriscaldata non può rimanere al punto di cottura per troppo tempo”. Se la spinta di Trump su un’economia già riscaldata fosse avvenuta in prossimità delle elezioni questa gli avrebbe garantito la vittoria, ha sostenuto Soros: “il suo problema è che le elezioni sono tra 10 mesi e in una situazione di grandi cambiamenti dieci mesi sono quasi un’eternità”.

 

By Rana Foroohar, Financial Times del 26.01.2020 

 

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Crescita USA - Narrazione politica e contestazioni (07.02.2020)



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