TRADUZIONE DI UN ARTICOLO DELL'ECONOMIST SUL FUTURO DEL DOLLARO

14-01-2019

 

Il destino del dollaro darà forma ai mercati finanziari nel 2019.

Dopo essere cresciuto del 7%, rispetto ad un paniere di valute nel corso del 2018, dove andrà?

(Buttonwood - The Economist 10.01.2019)

 

Durante le vacanze, quelli che amano i film di Natale senza lo spirito natalizio, avranno apprezzato “Leone in inverno” con Peter O’Toole nei panni di Enrico II e Katharine Hepburn nei panni di Eleanor, la sua moglie un po’ strana. Enrico II decide che nessuno dei figli che ha avuto da Eleanor sia un erede degno e li condanna a morte. Bloccato in una cantina mentre il padre si avvicina Richard decide di non arrendersi. “Come se importasse il modo in cui uno cade giù” lo prende in giro uno dei fratelli. “Quando la caduta è tutto ciò che c’è” risponde Richard “essa conta”.

Di ritorno al lavoro, gli investitori potrebbero utilmente applicare questo aforisma al destino del dollaro. In un periodo volatile per i mercati finanziari, è cresciuto del 7% rispetto ad un paniere di valute principali (vedi grafico) nel corso del 2018, e del 4% rispetto ad un gruppo ristretto di valute dei paesi ricchi (vedi grafico).

Uno dei più solidi principi nel mondo dei cambi è che ciò che va su, deve alla fine andare giù. Il dollaro è sopravvalutato rispetto ai benchmarks, come ad esempio il “Big Mac Index” dell’Economist. Una correzione è dovuta. Quando la caduta è tutto ciò che c’è, il modo in cui cade conta.

Le aspettative ribassiste sul dollaro sono basate su aspettative di rallentamento marcato del GDP statunitense. L’anno scorso questo è stato alimentato dai tagli alle tasse. Questo stimolo è destinato a sciogliersi. Il rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve morderà fortemente. Un calo del prezzo del petrolio potrebbe contribuire. Danneggia gli investimenti americani nello shale-oil ma è una manna per i paesi importatori di petrolio in Asia ed in Europa. Il mercato azionario americano è relativamente caro. I super-amati tecnologici non sembrano più essere invulnerabili. In breve, un periodo eccezionale per l’economia americana sta finendo. Anche il dollaro dovrà perdere terreno.

Ma non ancora. In novembre Mansoor Mohi-uddin della banca NatWest ha stabilito tre precondizioni per un calo significativo del dollaro: una “pausa” (nel rialzare i tassi n.d.t.) da parte della Federal Reserve, un accordo per porre fine alla guerra commerciale tra America e Cina e i segni di una ripresa nell’economia dell’eurozona. La prima sembra ora non essere un ostacolo. Il capo della Fed, Jerome Powell, ha lasciato intendere il 4 gennaio che potrebbe posporre ulteriori rialzi nei tassi d’interesse. Si torna a parlare di accordi commerciali con la Cina. Ma i dati economici europei rimangono deboli. I tassi d’interesse in America potrebbero non salire molto, o per nulla, ma sono comunque più alti di quelli in Giappone o nell’Eurozona. Tenersi il dollaro paga.

Come possono cambiare le cose? Principalmente, vi sono due scenari.

Nel primo le nuvole delle guerre commerciali iniziano a disperdersi. I tagli alle tasse e la politica monetaria accomodante in Cina iniziano a stimolare la spesa del settore privato. Questo inizia a muovere le altre economie asiatiche, che a loro volta smuovono l’attività nell’eurozona, che dipende fortemente dalla domanda delle economie emergenti. I rendimenti delle obbligazioni salgono nell’attesa che i tassi d’interesse salgano in Europa. Questi cadono in America quando i traders iniziano a prezzare futuri tagli nei tassi. Il dollaro perde rispetto all’euro. Una Brexit morbida spinge la sterlina. Il capitale è spinto verso i paesi emergenti alla ricerca di rendimenti migliori. I mercati azionari salgono, specialmente fuori dall’America. Tutti tirano un respiro di sollievo. Sembra di nuovo il 2017.

Nel secondo scenario il gap tra la crescita economica negli USA e nel resto del mondo si riduce. Ma, in questo caso, lo fa solamente a causa di un rallentamento americano piuttosto che per migliori notizie nel resto del mondo. Le guerre commerciali si inaspriscono. Le continue incertezze spingono i cinesi a risparmiare i tagli alle tasse, piuttosto che spenderle. Ulteriore debolezza in Cina spinge le altre economie emergenti in difficoltà. Il rallentamento nell’eurozona si rivela non temporaneo ma il riflesso di una più debole domanda di esportazioni. Svendita degli asset rischiosi un po’ dappertutto. Il dollaro cade rispetto allo yen e al franco svizzero, rifugi abituali in tempo di panico. L’euro rimane debole. Una carenza di valute sicure, spinge al rialzo il prezzo dell’oro.

Quanto la realtà si avvicinerà ad uno o all’altro di questi scenari, dipende molto da che cosa accadrà in Cina. Un accordo commerciale con l’America alimenterebbe le valute dei mercati emergenti rispetto al dollaro cosi come accadrebbe con uno stimolo fiscale effettivo.

Il cammino del dollaro rispetto alle valute dei paesi ricchi dipende dal rallentamento in America, afferma Kit Juckes di Societé Générale, una banca francese. Se sarà improvviso il dollaro cadrà rispetto allo Yen, se sarà graduale cadrà rispetto all’euro.

Come il dollaro cadrà, verrà determinato dagli eventi e li determinerà a sua volta. Gli investitori che non sanno se vendere gli asset rischiosi vengono consigliati dagli strategist di J.P. Morgan di assicurarsi comprando yen, franchi svizzeri e oro, gli asset che è probabile salgano se le cose andassero male. Se una caduta è tutto ciò che resta conta avere qualcosa con cui attutirla.

 

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Traduzione di un articolo dell'Economist sul futuro del dollaro (15.01.2019)

 



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