I PIR (PIANI INDIVIDUALI DI RISPARMIO) ALLA PROVA DEI FATTI

06-11-2018

 

Riprendiamo quanto scrivevamo in un nostro post del 03.10.2017 (http://www.tiche.net/consulenza-finanziaria-indipendente-news/109/proposte-scandinave-e-proposta-italiana), a proposito dei PIR: Piani Individuali di Risparmio.

In sintesi, dopo aver fatto notare la differenza di vedute tra governo danese (che consigliava ai propri cittadini più investimenti azionari, diversificati a livello mondiale, a fronte di uno sgravio fiscale) e quello italiano (che invece consigliava investimenti sui PIR, a fronte di uno sgravio fiscale se l’investimento dura almeno per 5 anni), esprimevamo alcune perplessità riguardo ai PIR.

In particolare, mettevamo in risalto i seguenti punti potenzialmente molto critici:

1) Il 70% dell’investimento in PIR deve, obbligatoriamente, essere destinato ad aziende italiane, non consentendo un’adeguata diversificazione internazionale.

2) L’effettivo risparmio fiscale.

3) Rischio di concentrazione su di un solo mercato (quello delle medio-piccole aziende) ancora troppo piccolo per poter assorbire investimenti di una certa importanza (“rischio bolla”),

4) Le proposte delle Banche/Sim (che hanno subito approfittato della ghiotta occasione) che rischiano di “snaturare” la logica del PIR, preconfezionando prodotti ad hoc (per es. fondi comuni, gestioni, polizze), con costi talmente alti da vanificare qualsiasi risparmio fiscale.

 

Ebbene, dopo circa un anno dal nostro intervento, i punti critici si sono effettivamente rivelati tali.

1) Concentrare l’investimento per un 70% su uno specifico mercato (Italia) e, più specificamente, per un 30% sulle imprese medio-piccole, aumenta di molto il rischio: la deviazione standard (misura del rischio) del mercato delle aziende medio-piccole è di gran lunga maggiore rispetto a quelle medio grandi. Perciò la probabilità di “centrare l’obiettivo”, anche dopo lunghi periodi di tempo, non è poi così favorevole all’investitore.

2) Nell’ultimo anno il mercato italiano registra una perdita di quasi il 16%, e il mercato delle aziende medio-piccole una perdita di oltre il 17%. Nel momento in cui il mercato in cui si è investito è in perdita, si volatilizza il vantaggio fiscale.

 

Conclusione

Nessuno può conoscere quale potrà essere l’effettivo rendimento di un investimento dopo 5 anni, ma il fatto di concentrare la “scommessa” su un singolo Paese e in particolare su aziende medio-piccole, non consente all’investitore di avere le migliori probabilità di raggiungere i propri obiettivi, anche in termini di beneficio fiscale. Le probabilità, da parte delle Banche e delle Sim, di incassare nel frattempo le laute commissioni, sono invece intatte: infatti non di probabilità si tratta, ma di certezza. Continueremo a seguire in futuro lo svilupparsi del fenomeno.

 

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I PIR alla prova dei fatti (07.11.2017)



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