IL PENSIERO DI MARTIN WOLF SULL'ITALIA E L'EUROZONA

25-06-2018

 

Financial Times 20.06.2018

Martin Wolf

La sfida italiana all’eurozona

Oltre alla debole crescita della produttività, l’Italia ha un grande handicap di competitività

 

L’euro è stato un fallimento. Questo non significa che non durerà nel tempo o che sarebbe meglio se sparisse.

I costi di una rottura parziale o totale dell’euro sarebbero estremamente elevati. Significa che la moneta unica non è riuscita a produrre stabilità economica o un maggior senso di identità europea. È divenuta motivo di discordia.

Da questo punto di vista la storia dell’Italia è rivelatrice e, data la sua dimensione, di importanza cruciale.

Non si tratta di dar la colpa all’euro per la stagnazione della produttività e della produzione italiana fin da quando è entrata nell’eurozona. Questo infatti è dipeso da incapacità di politica interna. Nonostante questo, il fatto che l’Italia sia nell’eurozona rende le sue difficoltà un motivo di preoccupazione condivisa. Distrugge anche il legame tra politica e potere. Non ultimo trasforma ciò che un tempo erano brevi crisi nel tasso di cambio, in disastri macroeconomici di lungo termine.

Tutto ciò era stato predetto. Nel suo eccellente EuroTragedy il prof. Ashoka Mody dell’Università di Princeton cita una critica del rapporto del Comitato Werner del 1970, la prima bozza di un’unione monetaria ad opera di Nicholas Kaldor, un economista inglese di origini ungheresi. Kaldor sosteneva che ci sarebbe stata la necessità di trasferimenti fiscali. Questo avrebbe richiesto un’unione politica. Ma i conflitti creati da un’unione monetaria avrebbero bloccato tutto, rendendo i movimenti verso una tale unione sempre più difficili. È stato proprio così: Andreas Kluth ha scritto questo mese in Handelsblatt Global: “una moneta comune avrebbe dovuto unire gli europei. Al contrario sempre più li divide.” Ha ragione.

La decisione di accettare l’Italia come un membro fondatore dell’eurozona è stata fatta dal precedente cancelliere tedesco Helmut Kohl, contrari i suoi ministri e altri governi. Il prof. Mody rileva che l’Italia aveva promesso di portare il suo rapporto debito pubblico/PIL dal 120% al 60% entro il 2009. Al contrario questo si è stabilizzato prima di saltare al 130%, dopo la crisi dell’eurozona.

Non sorprende che in Italia, dove il prodotto interno lordo pro-capite è previsto dal FMI essere ancora l’8% al di sotto del suo livello del 2007 e solamente il 4% più alto di quanto non fosse nel 1997, gli italiani abbiano mandato al potere partiti populisti. Una combinazione di establishment e mercati ha immediatamente neutralizzato i loro programmi. Successivamente gli spread rispetto ai Bund tedeschi si sono stabilizzati (vedi grafico).

Si tratterebbe di una soluzione fattibile se fosse plausibile un sostenuto ritorno alla prosperità. Sfortunatamente, oltre alla bassa crescita della produttività l’Italia soffre di un grave handicap in termini di competitività, come indicato da una recente pubblicazione del FMI. Questo sostiene che l’Italia ha sofferto una perdita di competitività rispetto alla Germania superiore al 40% tra il 1995 e il 2010.

All’epoca i due problemi iniziali per l’Italia erano l’alto livello del debito pubblico, che esponeva il paese al rischio di panico sui mercati finanziari, e una grande perdita di competitività esterna. Il bilancio con l’esterno dell’Italia è attualmente in surplus, in gran parte perché la disoccupazione è a livelli molto alti. Una forte espansione della domanda interna genererebbe probabilmente squilibri con l’estero non finanziabili. Gli europei del nord temono di doversi trovare a pagare per questo. Sicuramente non lo faranno.

Secondo il FMI un deprezzamento reale dell’ordine del 10% viene considerato necessario per riallineare la bilancia dei pagamenti italiana con i fondamentali. La soluzione raccomandata è una “svalutazione interna” attraverso un calo dei salari nominali e un aumento della produttività. Ma l’Italia non ha fatto né l’uno né l’altro e al contrario ha tagliato occupazione e investimenti con pessime conseguenze. Il fatto che l’inflazione sia stata così bassa nell’eurozone nel complesso ha reso ancora più difficile l’aggiustamento. Un aggiustamento asimmetrico è sempre difficile.

Al di fuori dell’eurozona gli aggiustamenti importanti sarebbero avvenuti, come sempre prima, attraverso una svalutazione. Certo, non si sarebbe trattato di una soluzione di lungo termine. Però sarebbe stato meglio del danno politico e sociale che ha fatto cambiare uno dei paesi più pro-euro in quello che oggi è uno dei più euroscettici. E non è finita. I politici potrebbero fare peggio.

Parte del meccanismo di aggiustamento costruito nell’unione monetaria è l’impatto pro-ciclico della politica monetaria. I tassi di interesse reali sono elevati nei paesi costretti ad una svalutazione interna. Il meccanismo di aggiustamento nell’eurozona è fondamentalmente quello del gold-standard del 19mo secolo. Lunghe recessioni sono la norma, non l’eccezione. È così che la competitività si adegua al contesto che cambia.

Né un’unione bancaria, nè un mercato dei capitali europeo, né una flessibilità fiscale nazionale possono lenire queste recessioni senza un persistente supporto esterno. Questi meccanismi possono solamente schermare le economie da cambiamenti relativamente brevi oppure spostare le perdite altrove. Variazioni nella competitività richiedono cambiamenti permanenti nei prezzi. Questi a loro volta seguono le recessioni. Maggiormente rigide sono le economie e maggiori gli aggiustamenti, più prolungate o profonde le recessioni. Nulla di ciò è nuovo. Era conosciuto dai critici del progetto prima che venisse iniziato.

Quindi che si può fare? Un euro debole è parte della risposta, così come un’inflazione più alta nei paesi in surplus. Ma la BCE è, per comprensibili ragioni, perfino sotto Mario Draghi, non in grado di perseguire le politiche monetarie iper-aggressive necessarie per generare un surriscaldamento reale in Germania o in Olanda. Nel frattempo, la Germania non vede motivo per fare qualcosa.

Gli aggiustamenti colpiranno sempre i paesi in deficit. Nell’assenza di trasferimenti fiscali significativi questi non hanno alternative alle riforme concepite per accelerare la crescita della produttività e la flessibilità del mercato del lavoro. La Spagna l’ha fatto.

È possibile in Italia? Se no, la scommessa sulla sua partecipazione all’eurozona potrebbe peggiorare.

Buoni steccati fanno buoni vicini. Una valuta propria è un buon steccato. Peccato che ce ne si sia dimenticati.

 

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Il pensiero di Martin Wolf sull'Italia e l'Eurozona (26.06.2018)



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