TRADUZIONE DI UN ARTICOLO DELL'ECONOMIST SUI RENDIMENTI ATTESI NEI MERCATI FINANZIARI

20-03-2018

 

IN UN PANORAMA DI RENDIMENTI ATTESI PIU' BASSI, DOBBIAMO SEMPRE DI PIU' CONCENTRARCI SU: PIANIFICAZIONE, METODO DI INVESTIMENTO, SELEZIONE DELLE AZIENDE MIGLIORI, ELIMINAZIONE DEI COSTI INUTILI

 

The Economist – Buttonwood’s notebook del 21.02.2018

Long-term investing - Why low returns are inevitable - When valuations are high, the maths points to lower returns

Investire a lungo termine - Perché sono inevitabili i bassi rendimenti - Quando le valutazioni sono elevate, la matematica indica rendimenti più bassi

 

Quando i mercati azionari sono vicini ai massimi record, la scommessa è che i rendimenti saranno molto buoni. La terribile tendenza tra gli investitori è quella di assumere che tali rendimenti continueranno. Ma più in alto si va, più è difficile che si cresca al medesimo ritmo.

Quando sono stato in viaggio in America, per una storia su un fondo pensione, lo scorso autunno, sono rimasto colpito da quante persone non riuscissero ad afferrare questo concetto. I fondi pensione pubblici hanno rendimenti obiettivo del 7-8% per i loro portafogli. Quando provocati essi tendono a fare affidamento sulla loro capacità trentennale di raggiungere tali numeri. Ma tale record rende meno probabile, non più probabile il fatto che raggiungano i loro obiettivi futuri.

Il modo più semplice di pensare a ciò è tramite il mercato delle obbligazioni. Nel 1987 il rendimento del titolo di Stato USA era appena sotto il 9%. Da allora è sceso fino al livello attuale, appena al di sotto del 3%. Quindi, non solo gli investitori obbligazionari hanno avuto una cedola alta nei primi anni, ma hanno anche ricevuto un guadagno in conto capitale a mano a mano che il rendimento scendeva (n.d.t.: e il prezzo saliva). I rendimenti futuri sono ovviamente limitati dalla bassa cedola iniziale, ma anche dalla bassa probabilità di futuri guadagni in conto capitale.

Nel loro esame dei rendimenti a lungo termine (il libro annuale di Credit Suisse sui rendimenti degli investimenti globali), Elroy Dimson, Paul Marsh e Mike Staunton della London Business School mostrano quanto chiaramente ciò funzioni anche per le azioni. Dal 1900, gli investitori globali hanno guadagnato un 5,2% reale all’anno dalle azioni. Questo riflette un rendimento medio da dividendo di 4,1%, un aumento reale annuale del dividendo dello 0,6% e un aumento della valutazione dello 0,5% all’anno (vedi grafico).

Il modo in cui gli accademici pensano ai rendimenti è: gli investitori hanno un rendimento privo di rischio (prestando denaro al governo per brevi periodi) e in più domandano un “premio per il rischio” per comprare azioni, che possono accusare grandi perdite nel breve periodo. C’è una differenza tra il premio ex post (quello che gli investitori hanno oggi) e il premio ex ante (quello che gli investitori si aspettano). Gli accademici della LBS dimostrano che gli investitori hanno potuto sperare su una crescita reale del dividendo e su un aumento della valutazione, ma essi probabilmente contano solamente sul rendimento da dividendo. Quindi il premio ex ante per il rischio delle azioni in passato poteva essere del 3,3%.

L’attuale rendimento da dividendo nei mercati mondiali è circa il 2,5%. Sembra imprudente aspettarsi ulteriori miglioramenti. Gli accademici concedono un plausibile generoso 1% all’aumento reale dei dividendi per raggiungere un premio attuale ex ante per le azioni del 3,5%. Se sembra basso, dovremmo notare che gli accademici fecero la stessa previsione nel 2000. Da allora, il premio per il rischio delle azioni è stato del 3,4%.

Per stimare un rendimento totale, naturalmente si deve aggiungere il premio per rischio, al tasso di rendimento degli investimenti a rischio zero. E questo è il secondo problema per gli ottimisti. I tassi reali sono negativi in tutto il mondo; cioè i tassi a breve termine sono sotto l’inflazione. Anche se prendiamo una durata più lunga (per esempio un’obbligazione legata all’inflazione con scadenza 10 anni) gli USA hanno un tasso reale positivo di solo lo 0,5%. Aggiungendo un premio per il rischio del 3,5%, si raggiunge un rendimento reale del 4%. Se ipotizziamo l’inflazione al 2%, allora il rendimento nominale delle azioni dovrebbe essere del 6%. E ciò ipotizzando che non ci siano diminuzioni di valore nelle azioni, come invece sembra probabile.

Quindi, anche se i fondi pensione USA mettessero l’intero loro portafoglio in azioni (una strategia molto rischiosa) non raggiungerebbero il 7-8% che prevedono. Questo non significa prevedere una discesa stile-2008, come un direttore finanziario della city mi ha detto. È solo matematica.

 

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Traduzione di un articolo dell'Economist sui rendimenti attesi nei mercati finanziari (20.03.2018)



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