TRADUZIONE DI UN ARTICOLO DELL'ECONOMIST SUI PIR (PIANI INDIVIDUALI DI RISPARMIO)

28-11-2017

PIRking up

Nuovi conti di risparmio alimentano il boom delle nuove quotazioni in Borsa

 

Sembra che l’Italia sia un posto in cui è improbabile possa esservi un boom di nuove quotazioni nel mercato azionario. È un paese pieno di piccole e medie imprese gestite in modo familiare (SME) che per lo più si finanziano attraverso le banche; le banche italiane poi sono note per i prestiti “in sofferenza” ancora presenti nei loro bilanci. Ma la Borsa Italiana ha già visto quest’anno 33 nuove emissioni azionarie quest’anno e di queste 24 sono state offerte pubbliche iniziali (IPO).

Il numero di collocamenti eguaglia già quelli visti in altri anni di boom come il 2007 o il 2015. Con le quotazioni attese prima di gennaio è probabile che la Borsa raggiungerà il livello più alto di nuove quotazioni dai livelli raggiunti nel periodo della bolla tecnologica del 2000. (vedere il grafico)

Uno dei motivi più importanti per questi sviluppi si trova nell’autorizzazione data a febbraio dal governo italiano ai nuovi conti di risparmio individuali, conosciuti come PIR, che offrono un favorevole trattamento fiscale.

I PIR hanno fatto meglio di quanto ci si aspettasse. I gestori hanno raccolto 7,5 miliardi di euro nei nuovi fondi PIR nei primi nove mesi dell’anno. Equita SIM, una banca d’investimenti italiana, si attende flussi sui PIR quest’anno per 11 miliardi di euro. Di questi fondi il 70% dev’essere investito in aziende italiane, con almeno il 30% in piccole e medie aziende. Così si è venuto a creare un grande bacino di capitale da investire. Dallo scorso dicembre i corsi delle azioni delle medie aziende sono saliti del 39%, rispetto al 21% del resto del mercato.

Molti finanzieri ed esperti italiani vedono il boom delle quotazioni come parte di un trend strutturale sottostante piuttosto che una fiammata o un aiuto accidentale alle difficoltà delle banche. Stefano Caselli dell’Università Bocconi sostiene che vent’anni fa gli imprenditori pensavano che quotarsi fosse troppo costoso e fastidioso. Il professore dà il merito agli sforzi educativi di Borsa Italiana per aver cambiato tali convinzioni, in particolare un programma chiamato ELITE che sostiene le aziende in tema di corporate governance e di reperimento dei capitali. Questo programma, fondato cinque anni fa, conta ora 400 aziende italiane come membri. Non ha prodotto tutte le quotazioni che ci si aspettava però è riuscito ad aumentare la consapevolezza su altri strumenti di finanziamento, come il private equity.

Non è una coincidenza che anche le operazioni di private equity sono cresciute in Italia. Il volume è triplicato da 1,7 miliardi di euro nel 2012 a un record di quasi 5,8 miliardi nel 2016. I gestori di private equity vedono un ricco mercato in Italia, in particolare tra le piccole e medie aziende (per le operazioni di maggiore entità i prezzi sono astronomici come nel resto dell’Europa). Stefano Bontempelli di Renaissance Partners, un fondo italiano di private equity che è parte di Neuberger Berman, un gestore di fondi americano, afferma che dopo la crisi finanziaria gli imprenditori più attenti si sono accorti che, per sopravvivere, devono espandere e internazionalizzare il loro business. Circa l’85% di tutte le aziende e il 60% di quelle quotate sono di proprietà familiare. Molte hanno imprenditori anziani: investitori dall’esterno possono essere utili mentre ci si prepara per una successione nella gestione. Il boom delle quotazioni ha reso le offerte pubbliche iniziali più sostenibili e attraenti come opzioni all’uscita per i fondi di private equity. Potrebbero addirittura beneficiare dai PIR: recenti direttive hanno chiarito che la legge consente ai PIR di investire in questi fondi.

Il successo dei PIR ha aggiunto spinta ad un altro fenomeno: le aziende veicolo per acquisizioni (SPAC): ne sono state quotate 7 nel 2017 rispetto a 4 nei precedenti quattro anni. Questi veicoli di investimento cominciano raccogliendo denaro e poi cercano imprese private da acquisire: molte sono intorno ai 100 – 150 milioni di dimensione anche se le più piccole arrivano a 65 milioni. Molte sono gestite da veterani dell’investment banking e del private equity. La SPAC di Equita è una joint venture con un’azienda di private equity. Il capo di Equita, Andrea Vismara, sostiene che la struttura delle SPAC consente un coinvolgimento stile private equity nelle aziende acquisite. Ma Bontempelli crede che la proprietà delle SPAC sia per lo più passiva e che un fondo di private equity sia più adatto a trasportare un’azienda attraverso la “giusta transizione” per diventare un’azienda quotata.

Quanto le SPAC e i PIR trasformeranno il panorama aziendale italiano è ancora ignoto.

Anche se i flussi nei PIR dovessero continuare potrebbe essere che questi spostino la loro attenzione verso la proprietà immobiliare. L’ultima legge di bilancio proposta in Italia, presentata al parlamento il 31 ottobre, consentirebbe ai PIR di investire in questa classe di attivi, che in precedenza era stata esclusa. Inoltre le elezioni italiane previste per la primavera del 2018 potrebbero rallentare o addirittura invertire le riforme favorevoli agli investitori degli anni recenti. Per adesso però questa è un’area in cui i cambiamenti politici hanno funzionato: i mercati dei capitali stanno guadagnando un’importanza maggiore nell’economia italiana.

Equita, tra gli altri, ne è convinta. L’Ultima IPO a Milano, il 23 novembre, è stata la sua.

 

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Traduzione articolo Economist - I Piani Individuali di Risparmio (PIR) (29.11.2017)



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