Traduzione di un articolo dell’Economist sul futuro dei mercati obbligazionari

07-11-2017

 

Investors call the end of the government-bond bull market (again)

Da The Economist/Buttonwood

Gli investitori si aspettano la fine del mercato al rialzo sui titoli di stato (ancora)

 

Per l’ennesima volta negli ultimi dieci anni, è stato dichiarato un punto di svolta nel mercato delle obbligazioni e dei titoli di Stato. I rendimenti delle obbligazioni sono saliti in tutto il mondo, compresa la Cina, dove il rendimento dell’obbligazione a dieci anni è salito quasi al 4% per la prima volta dal 2014. Il rendimento del titolo a dieci anni, il benchmark più importante, è passato da 2,05% a inizio settembre a 2,37%, nonostante sia ancora sotto i livelli raggiunti a marzo (titolo USA n.d.t.).

 

Gli investitori si stanno aspettando un rialzo dei rendimenti obbligazionari da un pezzo. Un rapporto di JPMorgan Chase ha rilevato che un record del 70% dei suoi clienti titolari di conti speculativi hanno posizioni al ribasso sui titoli di stato lunghi, ovvero stanno scommettendo che i prezzi scenderanno e che i rendimenti saliranno. Nel frattempo un sondaggio di gestori di fondi globali da parte di Bank of America Merrill Lynch in ottobre ha scoperto che l’85% di loro considera le obbligazioni sopravvalutate. In aggiunta, l’82% dei manager si aspettano che i tassi d’interesse a breve termine salgano nei prossimi 12 mesi e questo tende a spingere in alto i rendimenti obbligazionari.

In parte questo riflette un maggior ottimismo sull’economia mondiale. Per la prima volta dal 2014 gli Stati Uniti hanno avuto due trimestri consecutivi di crescita annualizzata superiore al 3%. Le previsioni per l’economia europea sono a loro volta state riviste al rialzo. I prezzi delle materie prime, compreso il petrolio, stanno crescendo da giugno e questo potrebbe essere un segnale di domanda in miglioramento. Il rapporto di Bank of America ha rilevato che per la prima volta in sei anni un maggior numero di dirigenti aziendali credono di essere nell’”economia dai riccioli d’oro” (quando la crescita è forte e l’inflazione bassa) piuttosto che in una “stagnazione secolare” (in cui sia l’inflazione che la crescita sono basse).

Se queste convinzioni si riveleranno corrette, allora ci si potrebbe aspettare che i rendimenti obbligazionari si riportino verso livelli considerati più “normali”. Fino alla crisi del 2008 i rendimenti del decennale americano erano stati superiori al 5% per la maggior parte dei decenni precedenti.

Gli investitori si aspettano anche che, alla fine, qualche tipo di stimolo fiscale vedrà la luce a Washington. Dei gestori di fondi intervistati da Bank of America il 61% si aspetta tagli alle tasse nel primo trimestre del prossimo anno. Un tale provvedimento potrebbe aumentar il deficit e produrre una maggiore crescita economica: entrambi questi fattori produrrebbero rendimenti obbligazionari più elevati.

Un altro fattore dietro una ripresa dei rendimenti potrebbe essere un cambiamento nella politica monetaria delle banche centrali. La Federal Reserve ha iniziato a ridurre il suo bilancio non reinvestendo i bond che arrivano a scadenza. La BCE inizierà a breve a ridurre l’ammontare di titoli di stato che acquista ogni mese di metà, a 30 miliardi di euro. Il settore privato dovrà assorbire le obbligazioni che le banche centrali smetteranno di acquistare. Se questo produrrà il collasso a lungo previsto nel mercato al rialzo delle obbligazioni è tutto da vedere.

Globalmente non vi sono segni di ripresa sostenuta dell’inflazione. PIMCO, un gestore globale di fondi, ritiene che le condizioni dell’economia globale potrebbero essere “buone proprio come si vedono”. La crescita potrebbe avere già raggiunto il suo picco massimo. Le banche centrali sanno anche che rendimenti obbligazionari più elevati agiranno come un freno sulla crescita economica.

Nelle economie del G20 il debito complessivo delle famiglie, dei governi e del settore produttivo (non finanziario) sono cresciuti continuamente fino ad arrivare al 260% del GDP (prodotto interno lordo). Ogni debito è anche il credito di qualcun altro, ma costi maggiori del debito possono provocare aggiustamenti dolorosi: in America, per esempio, i tassi sui mutui a 30 anni sono circa mezzo punto percentuale più alti di quanto fossero l’anno scorso.

Quindi il movimento al rialzo dei tassi sarà davvero lento e se le economie dovessero dare qualche segno di difficoltà le banche centrali rallenteranno di sicuro. F

orse l’area di vera preoccupazione potrebbe essere quella delle obbligazioni aziendali. I rendimenti bassi dei titoli di stato hanno spinto gli investitori a cercare rendimenti maggiori accollandosi rischi maggiori. I fondi comuni americani ora possiedono il 30% del mercato delle obbligazioni ad alto rendimento contro meno del 20% nel 2008. Lo spread (l’extra rendimento rispetto ai titoli di Stato) di queste attività finanziarie rischiose è ai livelli più bassi da prima della crisi finanziaria. BlackRock, un altro gestore di fondi, dice che “siamo in un contesto più favorevole a chi emette debito rispetto a chi lo sottoscrive” in special modo perché la qualità delle clausole contrattuali che proteggono i creditori sono andate via via peggiorando. Con il tasso di fallimenti in caduta e l’economia mondiale che va bene gli investitori pensano probabilmente che non ci sia nulla da preoccuparsi. Ma c’è un problema: il mercato delle obbligazioni aziendali è meno liquido di quanto non fosse prima del 2007 perché le banche hanno smesso di fare i market-makers. Gli investitori hanno trovato facile inserirsi nel mercato alla ricerca di rendimenti maggiori. Quando arriverà il momento potrebbero trovare molto più difficile tirarsene fuori.

 

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Traduzione articolo Economist - Il futuro del mercato obbligazionario (07.11.2017)



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