Proposte scandinave e proposta italiana

03-10-2017

La Danimarca risulta, secondo la classifica delle Nazioni Unite, tra i paesi più ricchi del mondo ma anche tra quelli con il maggior carico fiscale. Ebbene poco tempo fa il ministro dell’economia, dell’industria e del commercio danese Brian Mikkelsen si è rivolto ai propri concittadini invitandoli ad una “rivoluzione culturale”, ad un approccio maggiormente “intraprendente, indipendente e imprenditoriale”. Ha affermato, tra l’altro: “Il combustibile che fa marciare una società e le consente di avere buoni servizi pubblici è quello di un paese dove la gente sia pronta a lavorare più a lungo, anche tutti i giorni”. Ha inoltre invitato i danesi ad investire i propri risparmi orientandoli maggiormente verso le borse mondiali. Il tutto in cambio di un abbassamento del carico fiscale.

L’indicazione del governo danese riguardo agli investimenti è, quindi, molto chiara: più investimenti azionari.

Guarda caso è la stessa strada intrapresa, già molto tempo fa, dal governo norvegese. Infatti il fondo sovrano del paese scandinavo (quello che assicura le future pensioni ai cittadini norvegesi) investe oggi il 65% in azioni di tutto il mondo (nessuna in Norvegia!), con l’intenzione di aumentare ulteriormente in futuro tale percentuale.

E il governo italiano cosa consiglia? La novità di quest’anno si chiama PIR: Piani individuali di risparmio. Molto si è scritto e detto su questo strumento. A nostro parere, a fronte di un indubbio vantaggio fiscale (esenzione dalle imposte sui capital gain, sui rendimenti (cedole e dividendi), di successione e di donazione) esiste anche un pesantissimo vincolo sulla destinazione degli investimenti: il 70% del PIR deve essere investito in strumenti finanziari (azioni o obbligazioni quotate o non) di aziende italiane, o anche europee ma con stabile organizzazione in Italia; il 30% di questo 70% deve essere investito in strumenti finanziari di società non appartenenti all’indice FTSE Mib, quindi società medio-piccole.

Tralasciamo, in questa sede, le discussioni:

  • - sull’effettivo risparmio fiscale,

  • - sul rischio di concentrazione su di un solo mercato (quello delle medio-piccole aziende) ancora troppo piccolo per poter assorbire investimenti di una certa importanza (“rischio bolla”),

  • - sulle proposte delle banche/sim (che hanno subito approfittato della ghiotta occasione) che rischiano di “snaturare” la logica del PIR, preconfezionando prodotti ad hoc (per es. fondi comuni, gestioni, polizze), con costi talmente alti da vanificare qualsiasi risparmio fiscale.

Quello che davvero ci sembra non funzionare è proprio la logica di fondo della proposta italiana: vantaggi fiscali solo se gli investimenti vengono fatti in aziende italiane. Secondo quale principio un’azienda italiana dovrebbe essere a priori il miglior investimento per un risparmiatore italiano? Le aziende migliori non dovrebbero essere scelte secondo altri criteri, e non solo secondo il criterio della nazionalità?

La logica delle proposte scandinave è invece quella dell’internazionalizzazione degli investimenti che è assolutamente coerente con la ricerca dell’investimento migliore in assoluto.

È evidente che le due direzioni divergano. In futuro sapremo quale consiglio si sarà rivelato più utile per gli investimenti dei propri cittadini. Noi ci schieriamo fin d’ora con i danesi e i norvegesi.

 

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Proposte scandinave e proposta italiana (03.10.2017)



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