LE TRAPPOLE DEL RISPARMIO - FONDI COMUNI E POLIZZE ASSICURATIVE

20-09-2017

Per evitare le trappole più comuni che attentano ai risparmi dell’investitore consapevole è necessario fondamentalmente farsi tre domande. Nell’ordine:

  • Quanto costa?
  • Quanto rende?
  • Quanto rischioso è?

Sembrano domande semplici, in realtà è piuttosto complicato ottenere delle risposte precise. Cercheremo innanzitutto di trovare le risposte alla prima domanda e alla seconda domanda, che come vedremo, sono altamente collegate.

 

Per quanto riguarda i Fondi Comuni

La ricerca è elaborata da Ricerche e studi Spa Ufficio studi Mediobanca, viene normalmente presentata tra fine luglio e agosto di ogni anno: “Dati di 1.179 Fondi e Sicav italiani (1984 – 2016)” (il numero di fondi può variare di anno in anno) ed è disponibile sul sito di Mediobanca Ricerca e Sviluppo: http://www.mbres.it/it/publications/dati-di-fondi-e-sicav-italiani

In 33 anni i Fondi Comuni Aperti hanno aumentato il patrimonio loro affidato dagli italiani di 96,5 miliardi e si sono trattenuti oneri di gestione per 76,4 miliardi. In 18 anni i Fondi Pensione negoziali hanno aumentato il patrimonio loro affidato di 10,8 miliardi trattenendosi oneri di gestione per soli 491 milioni di euro.

Ci si potrebbe immaginare che a fronte di maggiori costi i Fondi Comuni abbiano ottenuto risultati migliori per i propri sottoscrittori rispetto ai Fondi Pensione Negoziali; è vero il contrario. Nei diciotto anni dalla loro fondazione i Fondi Pensione Negoziali hanno aumentato il patrimonio in gestione (al netto di sottoscrizioni e disinvestimenti) ad un tasso del 2,92% annuo. I Fondi Comuni Aperti in 33 anni hanno aumentato il patrimonio in gestione (sempre al netto di sottoscrizioni e disinvestimenti) ad un tasso annuo dell’1,33%.

Si può immediatamente comprendere come la differenza di rendimento possa essere attribuita in gran parte, se non totalmente, alla diversità enorme di costi di gestione applicati alle due diverse forme di investimento.

Nel caso dei Fondi Comuni Aperti pagare l’1,25% (media di costo annuo su 33 anni) del proprio patrimonio per ottenere l’1,33% non sembra particolarmente avveduto.

Inoltre i Fondi Comuni sono uno degli strumenti più trasparenti presenti sul mercato del risparmio gestito (anche se probabilmente nessuno di voi si immaginava questi valori di costo e rendimento). Tutti gli altri strumenti di risparmio gestito disponibili sul mercato al risparmiatore hanno gradi di trasparenza inferiore e, di conseguenza, costi di gestione superiori.

 

Per quanto riguarda le Polizze Assicurative

Per le Polizze Assicurative la pubblicazione di riferimento è dell’Ania (Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici), con una pubblicazione di 22 pagine reperibile in versione integrale al seguente indirizzo: http://www.ania.it/export/sites/default/it/pubblicazioni/rapporti-annuali/Assicurazione-Italiana-in-Cifre/Assicurazione-Italiana-in-Cifre-2017/Ass-in-cifre-15x21-2017-per-web.pdf.

L’incremento medio del patrimonio affidato alle gestioni vita in Italia negli ultimi 10 anni è stato del 17,4% che corrisponde ad un incremento medio annuale dell’1,62% annuo al netto dei costi sostenuti ma al lordo della tassazione che verrà applicata ai disinvestimenti/prelievi nel momento in cui dovessero venire effettuati.

Bene, a fronte di questi risultati quali sono i costi sostenuti nello stesso periodo? La tabella qui sotto che riporta l’expense ratio è una risposta solamente parziale perché si riferisce unicamente ai premi contabilizzati: non viene data quindi una misura pubblica dei costi che incidono annualmente sulle riserve tecniche vita, come accade invece per i Fondi comuni: evidentemente il legislatore riteneva fosse importante che il sottoscrittore sapesse quanto pagava per ogni euro versato alle assicurazioni ma che non fosse altrettanto importante sapere quanto paga annualmente per la gestione dei suoi risparmi.

 

 

Conclusioni

Possiamo quindi provare a farci un piccolo specchietto riepilogativo tipo “conto della serva” con i dati fin qui raccolti.

 

 

Sembra quindi che possiamo affermare che nel risparmio gestito vi sia una relazione inversa tra i costi sostenuti per l’investimento (in fase di sottoscrizione/disinvestimento e annualmente) e i risultati che se ne ottengono nel tempo: gli investimenti meno costosi sono quelli che rendono di più.

A questo punto potremmo arricchire la tabella con altri due elementi: costo e rendimento nello stesso periodo di due attività finanziarie che potremmo definire “basiche”: si tratta di azioni e obbligazioni. Non possiamo naturalmente calcolare i costi perché questi possono variare da zero, nel caso di sottoscrizione di titoli di stato in emissione, a diversi punti percentuali in funzione di quante operazioni di acquisto/vendita si fanno sia dei titoli azionari che obbligazionari.

Ma già con queste approssimazioni i dati sono interessanti:

 

 

È di tutta evidenza la distanza tra quanto ottenuto nel tempo dai gestori professionali del risparmio gestito e quanto ottenibile sui mercati delle attività finanziarie “basiche”. Ancora una volta giova sottolineare che i costi legati agli investimenti nel tempo sembrano i principali responsabili dei risultati che se ne possono ottenere.

 

Riepilogando

  • I costi sono un aspetto fondamentale dell’investimento e sono i principali responsabili dei modesti risultati ottenibili nel tempo.
  • Esiste una correlazione inversa tra costi e rendimenti nell’investimento. Questa correlazione si rafforza e si compone nel tempo.
  • L’industria del risparmio gestito, nei principali strumenti (Fondi comuni e gestioni assicurative) non sembra riuscire ad ottenere risultati che non solo non superano, ma nemmeno avvicinano i risultati delle attività finanziarie “basiche”
  • Via via che la trasparenza diminuisce, negli strumenti del mercato gestito sembra vi sia una tendenza ad aumentare i costi sostenuti dall’investitore. Se questo vale nel passaggio da fondi comuni (gli strumenti più trasparenti) ai fondi assicurativi, figuriamoci che cosa potrà accadere per quanto riguarda fondi lussemburghesi, irlandesi o strumenti che fanno riferimento a normative più “opache” (un caso interessante a tal proposito sono gli strumenti finanziari “derivati”).


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